Simone Bianchetti, l’avventuriero di Capo Horn

Tu alle superiori ci andavi piedi? Con la corriera? Hai presente la riviera romagnola, per la precisione tra l’autunno e la primavera? Da una parte c’è l’Adriatico e dall’altra la spiaggia deserta e il letargo di un serpentone infinito di camere d’albergo vuote in attesa della prossima estate. Ecco, a far compagnia ai gabbiani in riva al mare ci pensava Simone Bianchetti, che si alzava all’alba e da casa sua a scuola ci andava in barca. Sì, davvero, da Cervia all’Istituto professionale navale di Cesenatico. Sei miglia. Sul suo Penelope: uno sloop in legno di sei metri del 1922. Se c’era lo sciopero dell’autobus tu avevi il Piano B e andavi a piedi oppure chiedevi un passaggio a qualcuno. Lui no. Se non lo spingeva il maestrale, entrava a scuola quando arrivava e amen. Nel weekend, in pratica, era la stessa storia. Tu andavi a fare la vasca in centro? Lui, sempre da solo, puntava la prua verso Bellaria o Rimini. La motivazione era, come dire, ancestrale, insieme al piacere di navigare e stare da solo con la sua barca.

«Penelope – diceva lui – mi riempiva dentro, cullato dal rumore del legno. E allora partivo davvero, per mari e isole lontane.»

Simone nasce nel 1968. Per uno come lui non cambiava niente se fosse stato il 1868. Del Ventesimo secolo, delle sue modernità e complicazioni, non ne aveva bisogno, anzi. I suoi ingredienti erano quelli essenziali di ogni tempo, fin dagli Egizi del 4000 avanti Cristo: il mare e il vento per navigare. Così l’Adriatico – tutto l’Adriatico – diventa il suo naturale parco giochi. Dopo il diploma a Cesenatico, diventa capitano di lungo corso al Collegio navale Giorgio Cini di Venezia. E due anni in Marina completano il suo percorso di uomo di mare “istituzionale”. Mentre quello di esploratore di se stesso e del mondo è ispirato dai suoi scrittori preferiti, che sono Conrad, Melville e London. Inevitabilmente, per uno come lui, che respira il mare, anche il suo Adriatico diventa troppo piccolo, uguale all’asfittico cortile di casa per tutti gli altri che vogliono conoscere il resto della città. Per Simone ci sono i mari e le isole lontane, con un pallino in testa fin da quando ha quindici anni: partecipare al giro del mondo in solitario a vela, la mitica Vendée Globe, doppiare Capo Horn e quindi diventare un leggendario “capohorner”.

«Guardare l’orizzonte, mai tradire se stessi, le proprie decisioni, continuare a riempire i giorni, con la forza delle proprie scelte, aspettami e dammi forza, sincerità, nell’attesa di un grande giorno.»

Simone è anche uno scrittore di poesie, poi dipinge. Di sicuro non è un uomo di relazioni diplomatiche, figurarsi le sue capacità commerciali, che sono pari a zero. È un vichingo selvaggio sempre pronto al Valhalla transoceanico, alla riflessione più profonda e alla baldoria furiosa. Un mix in totale antitesi alla necessaria capacità un po’ ruffiana di saper intrecciare ottime relazioni con le persone che contano, che poi è quello che serve per campare come si deve nel mondo della vela e anche in quello di tutti i giorni.

Il BOC Challenge è il giro del mondo in solitario, a tappe. È l’evento in solitaria più lungo del mondo e si corre ogni quattro anni. L’edizione del 1994 ha la partenza e l’arrivo a Charleston, negli USA, con le tappe intermedie di Città del Capo, Sydney e Punta del Este. Simone è senza sponsor di peso ma decide di partecipare ugualmente.

«Nella vita viene il momento in cui devi partire; sono momenti precisi, unici, magici, attendere oltre potrebbe rivelarsi deleterio. Senti che devi farlo, a prescindere dai soldi e dalle difficoltà organizzative, degli affetti e degli amori.»

Arriva a Charleston dopo una navigazione di due mesi. La gara inizia il 17 settembre e la sua barca ha immediatamente diversi problemi. Nonostante tutto il 23 ottobre è all’Equatore in quinta posizione, ma una falla alla chiglia lo costringe a uno scalo tecnico in Brasile. Dopo 69 giorni e 12 ore arriva a Città del Capo: è quindicesimo, ottavo della sua classe.

«La vita vista da queste latitudini acquista importanza. La solitudine, le difficoltà, esaltano il valore di un abbraccio, di una parola, di una stretta di mano. Diventi consapevole di ciò che è essenziale e distingui quel che è superfluo, forse riesci ad entrare in contatto con il gran mistero della vita.»

Riprende il mare ma dopo 60 miglia lo scafo è di nuovo allagato e i giudici gli impediscono di raggiungere Sydney.

«Le vele ammainate sono un sipario che si chiude sulla mia vita, “fine dello spettacolo”».

La sosta forzata in Sudafrica rappresenta il momento più buio nella carriera di Simone. Non ha soldi. Guadagna qualche spicciolo su un peschereccio di tonni e trova ospitalità in una baraccopoli, dividendo un tugurio con una famiglia, tra scarafaggi, tanfo e miseria. Come un personaggio dei suoi scrittori preferiti si risolleva e fa rotta verso l’isola di Sant’Elena. In mare rinasce.

«Per la prima volta dopo tanto tempo vedo uno spiraglio di luce, ritrovo la voglia di vivere.»

Da Sant’Elena raggiunge Ascensione, dove fa il pescatore per sbarcare il lunario. Poi risale l’Atlantico verso nord, contro gli Alisei, e raggiunge il Senegal. Alla foce del Gambia scuffia in un banco di melma ma riesce a rimettersi in assetto. Arriva alle Canarie, poi in Marocco, a Gibilterra, fino a Savona. Rientra a Cervia e la sua situazione finanziaria è disastrosa: vende la barca. A rimetterlo in mare è Cino Ricci, il mitico skipper di Azzurra, che gli da il suo Kidogo per partecipare alla Mini Transat del ’95, l’Atlantico in solitaria su un sei metri e mezzo, con percorso da Brest, in Francia, a Fort de France, in Martinica. Simone va forte, nonostante le solite sfortune varie, e chiude decimo, primo degli italiani.

«Ho creduto d’essere tra gli ultimi. Ho lottato per giorni contro il sonno, contro la tentazione di mollare tutto, di chiudere gli occhi e di dormire. Avevo finito anche i viveri, non ho mangiato per 48 ore.»

Nel ’96 è ancora Cino Ricci a dargli un’altra barca – il Verdone – per fare la Ostar: l’Original Star. La transatlantica in solitario che ogni quattro anni parte dalla città britannica di Plymouth e arriva a Newport, negli USA. La regata si svolge da est a ovest nel senso contrario ai venti e alle correnti predominanti del nord Atlantico, su una distanza di 2.800 miglia. Simone accorcia la barca, aumenta la superficie velica, cambia l’albero, introduce le paratie stagne. La regata è durissima.

«L’Atlantico mi scuote con più rabbia di prima, le onde si gonfiano e il vento non smette di suonare la sua ballata. Raschia le drizze con costanza, come un violinista senza talento: la sua musica mi scava dentro, ad ogni raffica sempre più in profondità. Fa anche freddo, l’alito dell’oceano mi trapassa e stringo più forte la barra.»

Arriva a New York quasi in trance, perde subito conoscenza. All’ospedale appena si sveglia chiede: «Come sono arrivato?» Gli dicono bene, secondo della sua classe, con tredici ritirati su cinquantacinque partecipanti.

Simone lo descrive bene Roberto Imbastaro, all’epoca addetto stampa di Giovanni Soldini: «Noi, la programmazione. Bianchetti, il caos totale. Noi la tecnologia. Lui solo istinto. L’ho visto arrivare dopo una traversata dell’Atlantico con il pilota automatico rotto legato al sedile per non lasciare la barra, sveglio da giorni. Cosa dire di un uomo così? Che lo devi solo rispettare.»

Nel ’97 trova i soldi per la Solitaire du Figaro e chiude a metà classifica. Nel ’98 partecipa alla Route du Rhum, regata transatlantica in solitario senza scali e senza assistenza che si svolge ogni quattro anni tra la Francia metropolitana e Guadalupa. Arriva decimo, in 27 giorni.

«Guardare il mare
mentre scolpisce le onde,
l’oceano mi chiama,
io gli appartengo.»

Nel ’99 esce dall’acqua per fare una delle corse più folli del mondo. È la Transat des Sables, una corsa su “buggy kite” – i cosiddetti carri a vela – nel deserto del Sahara, in Mauritania: 800 chilometri in otto giorni. I partecipanti sono quattordici. Simone arriva quarto e per qualche ora è disperso durante una tempesta di sabbia. Lo ritrovano svenuto e disidratato.

«È veramente affascinante il deserto: ha una luce incredibile e colori così intensi che fanno male. Ho gli occhi ancora colmi di albe, tramonti e di un cielo che non avevo mai visto così azzurro. Non è mai uguale, cambia scenario in una manciata di chilometri; è come l’oceano, che cambia volto continuamente quasi con compiacimento. Il deserto ha asciugato le nebbie che mi portavo dentro da anni e mi ha riossigenato. Finalmente è venuto il momento del Vendée Globe e devo cominciare a organizzare la mia partecipazione alla regata.»

Sì, finalmente. È arrivata l’ora del Vendée Globe: 25mila miglia – 45mila chilometri – di circumnavigazione completa del pianeta, in parte anche attraverso il Mare Antartico, senza scalo e in solitaria, con arrivo e partenza dalla Francia, che si svolge ogni quattro anni ed è considerato l’Everest del mare. Per Simone, lo sappiamo, è un’ossessione: doppiare Capo Horn e arrivare fino in fondo. Quando decide di fare l’edizione del 2000 manca un anno alla partenza e come al solito non ha né la barca né lo sponsor. I soldi li chiede a tutti, dal Vaticano a Gheddafi. Glieli da Aquarelle, azienda che vende fiori online. E il sogno si avvera.

Atlantico, Capo di Buona Speranza, Pacifico.

«Intorno a me l’oceano cambia respiro, il cielo cambia colore, tutto diventa grigio, le tinte si stingono, si spengono. Il tramonto, la notte e l’alba si mescolano in un’atmosfera lieve, in una luce d’acquarello: è una tavolozza monocromatica che mi suscita, confesso, malinconia. Avvisto anche i primi albatri, gli ambasciatori del grande sud: questi uccelli si distinguono dagli altri perché non sbattono mai le ali planano sull’oceano.»

Ne succedono di tutti i colori. Sfiora la tragedia. Tanto per dire, nella notte del 27 dicembre, una burrasca stende la barca e i serbatoi della nafta si aprono impedendo a Simone di respirare, ma lui riesce a risollevarla e a ripartire. E arriva a Capo Horn.

«Sono ad una distanza di cinque miglia quando accade. Le nubi si squarciano e lasciano il passaggio ad un raggio di luce, il promontorio si illumina, illumina il mio cuore. È lì davanti a me, lo vedo e non ci credo è dall’età di quindici anni che aspetto questo momento. Ripenso a tutto quello che ho fatto per arrivare fin qui, doppio Capo Horn e sono pronto a ricominciare la mia vita.»

Chiude il Vendée Globe al dodicesimo posto, in 121 giorni. È il primo italiano ad avercela fatta. Soprattutto è diventato un “capohorner”: il sogno di una vita che si realizza.

«Se mi volto indietro vedo soltanto una scia lunghissima che ha solcato i mari del mondo intero, di tutti gli oceani. Sento con un po’ di nostalgia che tutto questo sta per finire. L’equilibrio che ho raggiunto con la barca e con quanto mi circonda è incredibile. È un’unione piena: qui c’è tutto quello che cerco, tutto quello che ho sempre chiesto alla vita.»

Nel 2002 torna al giro del mondo in solitario, a tappe, che adesso si chiama Around Alone, otto anni dopo la disastrosa esperienza del BOC Challenge. Stavolta è un trionfo e chiude al terzo posto.

Simone Bianchetti muore in porto a Savona, il 28 giugno del 2003, per un’aneurisma cerebrale. Ha vissuto 35 anni di grandi giorni, senza mai tradire se stesso. I mari e le isole lontane erano casa sua. Il mondo intero era suo, la casa di un meraviglioso avventuriero.

«A me piacciono quei luoghi dove il vento è grigio e il cielo soffia forte. Nella moltitudine della solitudine varchiamo le soglie dell’infinito.»

© Michele Mengoli

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Le citazioni di Simone Bianchetti sono tratte dal libro di Simone Bianchetti e Fabio Pozzo, I colori dell’oceano, Tea Libri.