Gli eroi, quelli belli: l’impiegato John Martin e il postino Charles Bukowski

John lavora in ufficio fino alle cinque del pomeriggio per 400 dollari al mese. Poi va a casa, cena con la moglie e la figlia e dopo si mette sul divano a leggere Henry, il suo scrittore preferito. Poesie e raccontini. Cose tipo questa.

«Come cazzo è possibile che a un uomo piaccia essere svegliato alle 6,30 da una sveglia, scivolare fuori dal letto, vestirsi, mangiare a forza, cagare, pisciare, lavarsi i denti e pettinarsi, poi combattere contro il traffico, per finire in un posto dove essenzialmente fai un sacco di soldi per qualcun altro e ti viene chiesto di essere grato per l’opportunità di farlo?»

Quelli di Henry sono libretti di fortuna, piccolini, di 8-10 o 12 pagine. La tiratura non arriva alle 100 copie. A pubblicarli non sono veri e propri editori, ma altri suoi lettori, che quei libretti non provano nemmeno a distribuirli; quindi sono anche difficili da trovare. Cose così.

«A volte mi sento come fossimo tutti prigionieri di un film. Sappiamo le battute, sappiamo dove metterci, come recitare, manca solo la macchina da presa. Però non possiamo uscire dal film. Ed è un brutto film.»

Per John diventa una ossessione. Il divano. Quei libretti di fattura amatoriale. E un’idea folle che bolle e ribolle sera dopo sera, anno dopo anno. Fondare una casa editrice per pubblicarlo. Come se un matto – un matto vero – s’inventasse il Santos per farci giocare il quindicenne Pelè. Poi ci ragiona. Lui è ultra-trentenne mentre il suo scrittore preferito va verso i cinquanta. Il momento è adesso o mai più. Allora, da matto vero, si decide a incontrarlo per fargli una proposta assurda: licenziati e scrivi a tempo pieno per la casa editrice che faccio per pubblicarti; e io ti mantengo a vita.

«Ci siamo seduti a un tavolo – dice John –, di fronte a un foglio di carta. Io ho preso una penna, e lui ha fatto l’elenco di tutte le sue spese mensili. […] Il suo affitto veniva 35 dollari al mese. Poi gli servivano 15 dollari per pagare gli alimenti all’ex moglie, tre dollari per le sigarette, dieci per gli alcolici e altri 15 per il cibo. E anche se sembra davvero poco, all’epoca riusciva a sopravvivere, si vestiva in modo decente, aveva una vecchia macchina e stava in un appartamento semidistrutto a East Hollywood. Poteva cavarsela, con 100 dollari al mese».

«È un quarto di quello che guadagno – dice John –, se ci stai l’affare è fatto». Henry fa il postino e accetta. Il motivo è semplicissimo, dice Henry qualche anno dopo: «Avevo solo due alternative, restare all’ufficio postale e impazzire… o andarmene e giocare a fare lo scrittore e morire di fame. Decisi di morire di fame.»

Il primo libro vero è del ’69 e funziona alla grande. «Quando avevamo fatto quell’accordo dei 100 dollari al mese – spiega John – era dicembre e quando ha comunicato all’ufficio postale che si sarebbe licenziato ha scoperto che il suo ultimo giorno di lavoro sarebbe stato il 31 dicembre. Così ha detto, “Bene, inizio a lavorare per te il 2 gennaio, perché l’1 è capodanno e quindi è vacanza.” Ci era sembrato molto divertente. Tre o quattro settimane dopo, penso fosse ancora gennaio, o forse la prima settimana di febbraio, mi ha telefonato – ah, prima gli avevo detto, “Se stai pensando di scrivere un romanzo, sappi che i romanzi si vendono meglio della poesia; quindi se potessi scrivere un romanzo sarebbe d’aiuto”– così mi ha telefonato alla fine di gennaio o nella prima settimana di febbraio, dal nulla, e ha detto, “Ce l’ho; vieni a prendertelo.” E io ho detto, “Cosa?” E lui, “Il mio romanzo.” “Dall’ultima volta che ci siamo visti hai scritto un romanzo?” E lui, “Sì.” Allora gli ho chiesto come avesse fatto, e lui mi ha risposto, “la paura può moltissimo.”»

Quel romanzo esce nel 1971 e racconta le vicende del postino Henry, detto Hank.

«La monotonia, un lavoro fisso che non portava a niente, anime che cercavano altre anime per sfuggire ad imbarazzanti silenzi ed una città senza stimoli che cercava di camuffare la noia dietro falsi sorrisi, musica assordante e belle gambe inavvicinabili. Niente di buono. Ma era incredibile come la gente riusciva ad adattarsi.»

Quel romanzo, che si intitola Post Office, ha venduto più di un milione di copie. «Appena abbiamo iniziato a lavorare insieme – racconta John – le cose sono migliorate. Più avanti ho deciso di pagargli un onorario. Gli versavo 10.000 dollari ogni due settimane. È passato da 100 dollari al mese a 10.000 dollari ogni due settimane, e a quei tempi alla fine dell’anno gli saldavo il resto dei soldi che gli dovevo. Più tardi sono arrivati i soldi veri, quando abbiamo iniziato a vendere i diritti dei suoi libri alle case cinematografiche e roba del genere.»

La storia dell’impiegato John Martin e del postino “Henry Hank Chinaski”, noto ai più come Charles Bukowski, con i suoi pantaloni a zampa d’elefante, la giacca di flanella e la penna sempre nel taschino, è il fottuto e meraviglioso “sogno americano” che si avvera all’ennesima potenza. Dice John: «Credevo in lui quanto credevo in me stesso. Era una fede quasi religiosa, una cosa a cui non si può smettere di credere. Volevo rendere Bukowski indipendente ed è morto da milionario.»

Henry, in questo senso, ha sempre avuto le idee chiare: «I soldi sono come il sesso: sembrano molto più importanti quando non ce n’è.»

Bukowski, soprattutto, era un sopravvissuto. Era sopravvissuto a se stesso. Aveva smesso di scrivere. Alla fine degli anni Cinquanta il suo fisico ha ceduto ed è quasi morto. E prima di trovare lavoro all’ufficio postale, aveva dormito per più di una notte su una panchina in un parco. Poi, più tardi, solo per la potenza dei suoi scritti, aveva iniziato ad attirare l’interesse del pubblico e di persone famose, come Elliott Gould, Bono e Sean Penn.

«A un certo punto non stava bene, aveva la febbre e la tosse – ricorda John –. Sia Gould che Sean Penn l’avevano portato dai loro medici di Beverly Hills: “Sei solo debilitato. Smetti di lavorare fino a tardi e altre cose del genere.” Un giorno uno dei suoi gatti si era ferito. Bukowski l’aveva portato dal veterinario vicino a casa sua, a San Pedro. E il veterinario alla prima occhiata gli aveva detto. “Hai la turbercolosi.” I medici di Beverly Hills non avevano mai visto un caso di tubercolosi. Perché è una malattia da poveri.”»

Ne ha viste di tutti i colori. Era un solitario, che sapeva stare con Sean Penn e con gli ultimi e poi c’erano le donne. Mentre Henry scriveva Donne, John è andato a casa sua, a East Hollywood, in un piccolo appartamento sulla strada, al piano terra. Sulla veranda c’era un vecchio divano tutto rovinato. Lì sedute c’erano due bellissime ragazze bionde. Magre, graziose, delicate.
John pensa: “Che cazzo ci fanno qui?”
Quando entra nella veranda, una di loro dice: “Tu non sei Bukowski.”
“No, ma ho appuntamento con lui tra dieci minuti.”
“Oh, noi siamo arrivate dall’Olanda per conoscerlo.”
“Sarà contento di vedervi. È un viaggio molto lungo solo per conoscerlo.”
E loro rispondono: “Oh, ma noi vogliamo scoparcelo.”
“Quando è arrivato ci siamo seduti e abbiamo parlato per 20 minuti, e quando hanno visto che non me ne andavo hanno detto, “Be’, torniamo dopo”.
Lui mi ha detto che non sono più tornate. In realtà potrebbero anche essere tornate, non credo che me l’avrebbe detto.”

«C’erano parecchie cose che mi facevano diventare sentimentale: […] due persone, un uomo e una donna, insieme; le lunghe notti passate a bere e a fumare, a parlare; le liti; il pensiero del suicidio; mangiare insieme e star bene; le battute, le risate senza senso; sentire la magia nell’aria, star chiusi insieme in una macchina parcheggiata; parlare dei propri amori finiti alle tre di notte; sentirsi dire che si russa, sentirla russare; madri, figlie, figli, gatti, cani; a volte la morte e a volte il divorzio, me sempre andare fino in fondo; leggere il giornale da solo in una tavola calda e avere la nausea perché lei adesso è la moglie di un dentista con un quoziente di intelligenza di 95; gli ippodromi, i parchi, i picnic al parco; perfino le galere; i suoi amici noiosi, i tuoi amici noiosi; il tuo bere, il suo ballare; il suo flirtare, il tuo flirtare; le sue pillole, le tue scopate clandestine, le sue scopate clandestine; dormire insieme.»

«A volte – ricorda John – mi telefonava e diceva con la sua voce profonda, “Signor Rolls, qui è il signor Royce.”» In una lettera del 1986, Martin-Rolls scrive a Bukowski-Royce: «“Non aver completamente sprecato la vita mi sembra già un degno risultato, se non altro per me stesso”. “Caro Johnny – risponde Henry –, sei il miglior capo che abbia mai avuto.”»

«Mi guardo bene dal tenermi in gola le parole: ho passato gran parte della mia vita a non dire le cose che volevo dire, e me ne sono pentito. La nostra natura ci impone di mandare messaggi subliminali, comunicare con i gesti, perché abbiamo paura di esporci per come siamo. Anche a noi stessi. Quando tutto sarà finito sono sicuro che mi verrà concesso un minuto per ripensare a tutte le volte che volevo urlare cosa sentivo, ma sono stato zitto per paura di non essere capito, e rimpiangerò gli obiettivi che ho abbandonato perché il timore di fallire mi ha impedito di perseguirli. Questa vita è una puttana e probabilmente mi spezzerà il cuore, ma cazzo, sono innamorato. Va così, rum e pera, perché ci sono dei momenti forti che ti lasciano l’amaro in bocca, e altri talmente belli da farti dimenticare quel retrogusto sgradevole che ha la vita.»

Henry muore il 9 marzo del 1994. Nel 2002, dopo quasi 35 anni di attività, John vende i diritti di Bukowski ad Harper Collins per una somma milionaria e il resto del catalogo a un editore indipendente per un dollaro.

«Scrivere poesie non è difficile. Difficile è viverle.»

Johnny ed Henry, oltre a quello che di enorme ci hanno lasciato, ci hanno lasciato anche un insegnamento, altrettanto enorme: che nella vita, anche quando ti senti prigioniero di un brutto film, puoi far vivere la poesia.

© Michele Mengoli

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