Libri - A CAPO, DI TUTTO

A capo, di tutto

Le prime righe della prima parte



Rimini, 13 dicembre 2003
Il mio stato di stand by


Un soffio d’alito che sa di vino rosso invecchiato in botti di rovere bolla un tondo di nebbia sulla finestra della cucina, nell’imitazione della foschia marina oltre il vetro. La spiaggia e il mare sono di fronte a me, in una porzione verticale abbastanza ampia tra due palazzi stinti e scrostati che potrebbero benissimo essere sollevati di peso e trasportati da Viserbella di Rimini in una qualsiasi altra periferia metropolitana figlia del boom economico. Il lungomare d’inverno è come un villaggio disabitato del Far West. Da diversi minuti non passa nemmeno un’automobile, l’alternativa è vederne una ogni tanto che doppia come se niente fosse il limite di velocità imposto dalla segnaletica stradale. Non c’è nessuno. È la Patagonia di Chatwin. È vento, nebbia, deserto e bagnini in letargo che sfondano i divani davanti alla tv nell’attesa della prossima estate. La stanza è carica di umidità e casa mia è una specie di bagno turco guasto, che trasuda gocce di acqua fredda; tanto che l’intonaco a fianco del termosifone si stacca dalla parete e lascia intravedere diversi strati di vernice sfogliata, alla maniera di un wafer gonfio di un liquido infetto, mentre il ronzio del frigorifero a pochi centimetri è una musica d’ambiente tutto sommato gradita alle mie orecchie, già abituate da tempo al silenzio ovattato che circonda ogni cosa; se non altro, è un rumore di sottofondo che mi tiene compagnia, come il traffico, quando abitavo in città. Alla mia sinistra, appeso al muro, un calendario rappresenta una panoramica a cielo azzurro del lago di Ginevra. In primo piano c’è un pontile con il pavimento a listoni di legno grezzo, poco oltre si scorge un battello basso e tozzo simile a quelli che trasportano i turisti sulla Senna. In lontananza si staglia il caratteristico getto d’acqua sparato verso l’alto, che sembra la sottile scia di un fuoco pirotecnico estivo. Gli spruzzi in ricaduta formano un muro di pioggia fine che offusca la vista sull’architettura austera dei palazzi che incorniciano il lungolago sullo sfondo. Sono ormai trascorsi cinque mesi da agosto, ma ancora non riesco a strappare questa pagina; per tutto quello che rappresenta, è impossibile farlo.
Mi rivedo a passeggiare con lei. Rimini non la conosco quasi per niente, dico. Non preoccuparti, te la faccio conoscere io, risponde lei, mentre stringe più forte la sua mano nella mia…

E le prime righe della terza parte

Isola di Sal, Capo Verde, 12 dicembre 2006
Tragitto e meta


Questo martedì mattina inizia con una melodia melanconica e struggente di Cesaria Evora in arrivo dall’impianto stereo dai bassi distorti del baretto sulla spiaggia: una baracca di legno a non più di una ventina di metri dal mio bilocale al piano terra del residence Saudade. È una musica con accordi lenti di chitarre acustiche, di percussioni leggere e silenzi che creano attesa per dare più enfasi alla voce che sa di sigaro e rum invecchiato della più famosa cantante locale. Non conosco il titolo, ma è proprio la canzone perfetta per inaugurare queste ore cariche di presentimenti. È dal 2002, infatti, che il giorno del mio compleanno coincide con qualcosa di stravolgente per la mia esistenza. La deflagrazione improvvisa e inaspettata di avvenimenti che ne hanno innescati altri e che mi hanno portato fin qui, a migliaia di chilometri dall’Italia. Pensieri e azioni. Il mio destino è nella mia testa. Le circostanze della vita, della mia vita, assumono precisi significati perché sono io stesso che glieli attribuisco. Da questi pensieri scaturiscono azioni. È un meccanismo scontato e inevitabile. Il mio destino era mosso da me stesso anche quando il sottoscritto aveva deciso di vivere alla giornata, nella scelta di non scegliere, poi, di fronte a una questione di vita o di morte, Lindo Bentivoglio ha preso in mano il comando della propria vita. Istante dopo istante, nell’esigenza di gestire situazione dopo situazione, ho cominciato a prendere decisioni sempre più consapevoli dei miei obiettivi, della mia natura, oltre il mio precedente limite. È così che sono riuscito ad amare chi mi amava. È così che sono riuscito a sopravvivere alla sua morte. Di tutto ciò me ne sono reso conto il 13 dicembre dello scorso anno. Era il 2005. Un martedì. Dal giorno successivo, l’Italia non ha fatto più parte della mia vita. E oggi, proprio oggi, è un anno che non vi metto piede e che non provo quella sensazione del tutto ovvia – e comune a chi vive nei luoghi dove ho vissuto io – di ascoltare e parlare la mia lingua come opzione primaria, naturale. Anche se, a onore del vero, nel posto che (diciamo così) ha scelto di accogliermi, la lingua italiana è divenuta nel corso degli ultimi dieci anni, la terza scelta, dopo il creolo e il portoghese.
Il 13 dicembre è il giorno del mio compleanno. Il trentasettesimo, per Santa Lucia 2006. Mercoledì, ovvero domani. Nella lontananza di un oceano disteso sotto sei ore di volo, soltanto internet e la tv satellitare mi hanno reso partecipe degli accadimenti generali, quelli, per capirci, della politica corrotta dal potere economico – qualsiasi esso sia – e della finanza come scienza buona per truffare. È così che mi sono tenuto aggiornato sulle sorti del mio Paese. Ogni tanto c’è stato un qualche momento di stretta al cuore quando un italiano è riuscito, nonostante tutto, a farsi onore nel mondo – soprattutto è accaduto nello sport. Per lo più, però, mi sono capitate sott’occhio le solite storie di scandali e soprusi senza colpevoli: consuetudini d’intendere la vita pubblica come l’emanazione potenziale di interessi del tutto privati, con la certezza che hanno questi uomini di farla franca, con la consapevolezza che se cerchi di toccarli, il rischio è di restare fulminato all’istante. Non mi è mancata l’Italia. Nonostante la fuga improvvisa, nel dramma psicologico e nel dolore fisico, altrettanto improvvisi, di trovarmi a perdere tutto d’un tratto l’unica certezza che avevo al mondo, nell’assoluta impossibilità di poter modificare quel che era accaduto in quel maledetto presente. Prendere un aereo. Scappare. Vivere non alla giornata, ma respiro dopo respiro: nello sforzo di non pensare di continuo alla metà della mia vita che ho perso per sempre. Resistere. È questo che ho cercato di fare, per ritrovare la forza di ridare un senso alle circostanze.
Di quel giorno in fuga, l’immagine più nitida che ho nella testa è del cielo.
Prima all’alba, in Casentino. Oltre la porta di casa. Dopo averla chiusa per l’ultima volta: nuvole gonfie, di mille colori, soffiate dal vento, con il dondolio lento degli abeti a interrompere la mia visuale sulla corsa della perturbazione in discesa verso sud.
Poche ore dopo, all’aeroporto di Bologna, nell’attesa dell’imbarco. Lo sguardo oltre le grandi vetrate di fronte alla pista. Alla ricerca di dettagli minimi in un orizzonte grigio quasi solido.
Poi il tramonto sulla spiaggia di Ponta Preta. La calma africana di un cielo uguale al mare. Nel morbido contrasto con il bianco della sabbia. Un segno benevolo del destino – ho pensato in quel momento – che mi dà il benvenuto nell’arcipelago di Capo Verde, non troppo lontano dall’Equatore. Calma piatta sull’isola del sale – ho pensato subito dopo – a cinquecento chilometri dalla costa senegalese e a sei ore di Boeing da Bologna, sull’isola dove di solito gli alisei spingono senza sosta anche sopra i trenta nodi. Pensieri e azioni. Ecco un gesto della natura – mi sono detto con le lacrime agli occhi – da interpretare come l’approdo in un porto sicuro…

Edizioni del Girasole, 2011, 212 pagg.
ISBN 978-88-7567-532-5
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