Il potere è noiosoDa oggi è in libreria Il potere è noioso. Il mondo globalizzato raccontato dal più anarchico degli economisti. Cosa c’entro io con Alberto Forchielli è spiegato all’inizio del libro.

PREFAZIONE. COME UN FUNGO IN CANTINA
di Michele Mengoli


Questo libro è cresciuto come un fungo in cantina, per usare una definizione di Alberto Forchielli. Una sintesi perfetta, che definisce la strana genesi di un volume nato da una conversazione lunga più di due anni, alimentata dalla sua infinita pazienza di darmi udienza e dalla mia costanza nello stargli addosso, tant’è che per lui sono diventato Herpes. «Ciao Herpes, un abbraccio», mi dice al telefono, prima di riattaccare. Insieme, nella sua tenuta di Monte Catone, abbiamo anche mangiato il friggione, ma quasi sempre abbiamo parlato al telefono, una o due volte alla settimana mentre lui, come al solito, faceva il pendolare fra tre continenti.
Come un fungo in cantina. Tutto è partito da un articolo che ho scritto su di lui nel mio blog. Non lo conoscevo di persona, ma era da un po’ di tempo che avevo la «fissa» per Alberto Forchielli. È nato anche lui a Bologna – tra l’altro a dicembre, come me – e quando lo vedevo in tv mi sembrava ispirato da principi sani, concreti, antitetici rispetto alla maggior parte degli altri ospiti negli approfondimenti di prima e seconda serata. A pelle mi piacciono le persone come lui, che hanno un profilo professionale esplosivo ma che non si atteggiano a «sboroni», come si dice sotto i portici della nostra città natale.
«Che i politici non tocchino i soldi, perché se li sputtanano tutti un’altra volta. L’Italia è come un figlio drogato: più soldi gli dai e più li spende. Accumula debiti e non succede un cazzo. Sì ai soldi alle imprese, ai lavoratori, però direttamente senza l’intermediazione dello Stato». Roberto Formigoni tenta di intervenire, ma Forchielli lo zittisce: «Per l’amor di Dio, fuori le mani dalla cassa, Formigoni. A me non me ne frega un cazzo dei tuoi rinvii a giudizio, va’ a fare delle pugnette, ma non mettere le mani sulla cassa!» Questo accadeva a Piazza Pulita, su La7, e ovviamente mi ha lasciato secco. Non potevo crederci.
E nemmeno il politico di turno. Non ha potuto fare altro che incassare, perché le parolacce erano un intercalare tra argomentazioni ineccepibili. Quando non sono veri e propri lampi degni del miglior Flaiano, come questo: «I nostri imprenditori sono così abituati a nuotare nella merda che se messi in piscina vanno come un pesce siluro». O quest’altro: «Io non sono un talento, sono un vecchio arnese, un piede di porco al massimo».

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Filippo MalatestaMengoli esagera, dite delle volte. È vero, ogni tanto capita, ma stavolta no. I miei cantanti italiani preferiti sono nomi noti a tutti: Vasco, Liga, Jovanotti, i Negrita dell’amico Pau, J-Ax e Max Gazzè. Poi c’è lui, Filippo Malatesta. Chi diavolo è Filippo Malatesta? La prima volta che l’ho sentito cantare è stato negli anni Novanta all’Old American Bar di Viserba. Locale strapieno, per lui. Poi l’ho rivisto un po’ di tempo dopo a un qualche concerto estivo sulla spiaggia riminese. Sale sul palco questo ragazzo magro, capelli lunghi, neri come la t-shirt, jeans blu scuri e chitarra a tracolla e con i mille e passa del pubblico che lo accompagnano all’unisono nelle canzoni del suo repertorio, parola per parola. Una rockstar. In Romagna.
Filippo Baschetti, in arte Malatesta, è nato nel 1968 e ce l’ha quasi fatta a sfondare. Nel 1992 il singolo “La figlia del re” ha avuto risalto a livello nazionale e per anni è stato ospite fisso nel programma “Roxy Bar” di Red Ronnie, con concerti in tutta Italia, e il suo secondo album “Malatesta”, del 1994, è stato inciso a San Francisco e prodotto da Corrado Rustici, lo stesso produttore di Zucchero ed Elisa. E fino ai primi anni Duemila è stato davvero in bilico per farcela (nel 2000 ha scritto “Cento giorni” per Syria), poi, chissà perché, niente da fare. Però per chi passava dalla Romagna andava bene lo stesso perché lo si poteva vedere in concerto tutte le settimane al Barge, sul lungomare di Marina Centro. Guinness a fiumi (all’epoca non sapevo ancora di essere celiaco) e lui a cinque metri di distanza che cantava “Giramondo”, “Cento giorni”, “A volte il paradiso”, “Con o senza me”, “Alla grande”, “Domani” e “La figlia del re”. Cazzo, meglio così che un puntino là in fondo a Campovolo o a San Siro (ovvio, per noi, non per lui). Con il pubblico, facce e voci della mia generazione, che ancora lo accompagnava parola per parola nelle sue canzoni intrise di amore, per lo più sfigato, e di realizzare i propri sogni nonostante tutto, tra ironia e malinconia.

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Oranghi nella foresta. Il meglio dell’Oblòg

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Penso che vale la pena di vivere, quando tragitto e meta hanno un valore coincidente.
Quando lo scopo più che la destinazione rappresenta il senso del viaggio.
Quando il viaggio è il percorso di chi crede negli stessi valori.
Quando chi sopravvive, nel bene e nel male, li rappresenta tutti.
Con la certezza che quando lo scopo oltrepassa la destinazione, diventa la vita stessa.


Tratto da A capo, di tutto, Edizioni del Girasole, 2011.

 

«Hegel ha un problema» dice senza girarsi ma sollevando il libro per far vedere la copertina con il nome dell’autore che lui aveva già riconosciuto.
«Quale?» chiede incuriosito.
«Pensa che la libertà consista nell’ubbidire alle leggi.»
Lui riflette e risponde: «Tutti quelli che hanno interesse a non modificare la realtà lo pensano.»
Lei si volta e sorride, stavolta più di prima. Si guardano per qualche istante senza dire nulla. Lei appoggia Hegel e se ne va. Lui è colto di sorpresa. Avrebbe voluto fermarla, dirle qualcosa, ma il movimento delle sue spalle lo ha ipnotizzato. Così è rimasto in silenzio a osservare il suo andamento oscillante che in un attimo l’ha portata fuori e poi dietro l’angolo, oltre la visuale. E solo adesso è riuscito a dire in un bisbiglio. Ciao. Giusto un soffio, verso la sua scia.


Tratto da Iene di carta, Guaraldi Editore, 2014.